Mercato: il 41% degli agricoltori punta sulle Op Stampa
Agricoltura_5.jpg

Sondaggio di Agronotizie sulle novità del decreto liberalizzazioni. Contratti di coltivazione (35%) e distretti (26) le altre due opzioni per aumentare il potere contrattuale. A livello nazionale c’è voglia di un Sindacato di prodotto

Decreto liberalizzazioni e contratti, il sondaggio di Agronotizie

Il 46% degli agricoltori punta sulle Organizzazioni di produttori (Op) per aggregare l’offerta e aumentare così il potere contrattuale nella fase considerata più delicata: quella della commercializzazione.
Come seconda opzione, con una quota del 35%, i produttori agricoli puntano sui contratti di coltivazione; il 26%, invece, vede nell’organizzazione di filiera e nei distretti agricoli e agroalimentari, il modello produttivo-commerciale che può garantire anche all’agricoltura una maggiore chance per competere sui mercati.

 

Sono questi i risultati emersi dal sondaggio - proposto da Agronotizie ai propri lettori - prendendo spunto dal decreto liberalizzazioni (atteso all’esame finale della Camera entro fine mese) che introduce l’obbligo di contratti scritti e tempi certi di pagamento nelle 'relazioni commerciali' riguardanti i prodotti agroalimentari.

Il minimo comun denominatore che emerge dalle risposte dei produttori agricoli è la necessità di aggregare l’offerta e affinare gli strumenti di rappresentanza economica per aumentare il proprio potere contrattuale. L’articolazione delle risposte, comunque, merita qualche considerazione.

 

Contratti di coltivazione

Così, mentre si poteva dare forse per scontato la scelta delle Op – come del resto auspica la stessa proposta della Commissione per la riforma della Pac, dopo averla ampiamente sperimentata nel settore dell’ortofrutta - non altrettanto si può dire ad esempio per i contratti di coltivazione. Anche questi non sono una novità assoluta, ma va sottolineato che questa opzione prescinde da una specifica incentivazione garantita dagli aiuti comunitari.

Avere un rapporto molto stretto con l’industria di trasformazione, ma lo stesso discorso può valere con la Grande distribuzione, può rappresentare per gli agricoltori un doppio vantaggio: la certezza del collocamento del prodotto, ma anche la possibilità di ridurre la volatilità dei prezzi i cui importi sono agganciati anche ai parametri qualitativi.
Analogo discorso vale per chi punta sui raggruppamenti di filiera o sui distretti agricoli, che invece stanno muovendo i primi passi.
In entrambi i casi, la chiave di lettura offerta dalle risposte dei nostri agricoltori-lettori è la consapevolezza che la deregulation imboccata ormai da anni dalla Politica agricola comune costringerà sempre più le aziende agricole a spingere sulle aggregazioni per affrontare mercati sempre più competitivi.

 

La forma cooperativa piace

A livello societario, resta la preferenza per la forma cooperativa, indicata dal 16% del campione che ha risposto al sondaggio.

Non va oltre il 5% l’interesse a costituire società agricole private, anche se va precisato che l’estensione del beneficio di utilizzare la rendita catastale anche per le forme societarie costituite da Iap o coltivatori diretti è abbastanza recente.

 

Associazioni nazionali di prodotto

Un’ultima annotazione riguarda il buon piazzamento ottenuto dalle Associazioni nazionali di prodotto, indicate dal 18% degli agricoltori che hanno risposto al nostro sondaggio.
Tre volte di più rispetto al 6% registrato dalle Organizzazioni agricole professionali.

Un messaggio molto chiaro: chi produce frutta, grano o vattelappesca ha gli stessi problemi, qualunque sia la casacca sindacale indossata: produrre il più possibile e cercare di rafforzare il proprio potere contrattuale e conquistare un prezzo decoroso che copra i costi di produzione e garantisca una più equa distribuzione del reddito. Il resto (nel sondaggio non è esplicitato, è una nostra libera interpretazione) sono chiacchiere e distintivi, appunto.
Del resto, come si può vedere nel grafico riportato in fondo all’articolo, circa la metà di chi ha partecipato al sondaggio (il 45%) non aderisce ad alcuna forma associativa. Forse delusi da precedenti esperienze, oppure ancora in cerca di una “casa comune” in grado di esprimere una rappresentanza economica all’altezza di mercati diventati sempre più esigenti e senza più il paracadute delle garanzie della vecchia Pac.